il piu’ bel regalo di Natale

La mia mano ti accarezza e ti tocca, premendo sulla tua pelle liscia e morbida, come a volerle imprimere il mio marchio, la mia firma, la mia legittima proprieta’, il mio odore. Tu sussulti, chiudi gli occhi, hai i brividi e mi dici che senti delle scosse elettriche sulla pelle. Mi confidi anche che non hai mai provato una cosa del genere. Io godo nel vederti godere. Ti bacio ovunque, ma soprattutto nella mia zona preferita, che ho gia’ declamato come mia di appartenenza, la parte di addome tra le due anche sporgenti, al di sopra del pube. Tu impazzisci, ridi, salti per il solletico, apri la bocca in un’espressione estatica, sospriri, mi abbracci schiacciandomi sul tuo corpo.

Altro non ho da dire in questo meraviglioso autunno di fine 2011. Dopo la mia ammissione all’Universita’ per il Master in Fotografia, che mi ha illuminato la strada e rivelato che cosa vuol dire veramente sentirsi sulla via giusta, appagato e felice fino al DNA di ogni cellula, sei arrivato tu. E nonostante ti conosca da sole 3 settimane, come ci siamo detti, non esistono regole, non ci sono dei modi giusti o sbagliati o dei vincoli o tempistiche da rispettare. “Siamo” e basta.

Ci guardiamo negli occhi per infiniti minuti, sorridendo di tanto in tanto di cotanta belta’, i tuoi tremendamente azzurri, i miei di diversi colori a seconda della luce, mi dici. Ci stringiamo forte in quest’ultima sera prima della mia partenza per le vacanze natalizie in Italia. Mi sussurri che avremo tanti altri giorni nell’anno nuovo da condividere, ne sei sicuro.

Io annuisco, sorrido e bacio il piu’ bel regalo di Natale che abbia mai ricevuto.

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Il non-momento

Stavo risalendo delle scale ampie con un asciugamano bianco che mi avvolgeva la vita, ero in un hammam turco o un centro benessere o un luogo simile; delle urla in una lingua straniera provenivano dal piano superiore, urla di dolore e disperazione.  Mi voltai sul pianerottolo per salire l’ultima rampa di scale quando un giovane ragazzo mi urto’ il braccio, mentre fuggiva da un uomo che gridava minacciose parole a me incomprensibili, e un altro, anch’egli urlante, esibiva una mano senza alcune dita e un braccio senza neppure la mano. Subito dietro comparve un’altra persona senza alcune dita, come fossero state appena amputate ed entrambi stessero dando la colpa al ragazzo in fuga. Non vi era alcuna traccia di sangue, comunque io mi svegliai d’improvviso da quel sogno strano.

Mentre mi rigiravo nel letto in attesa che il nuovo sonno mi cogliesse tra le sue braccia narcotiche, udii un rumore metallico provenire al di la’ della finestra. Cercai di capire cosa potesse essere, da dove provenisse, ma volevo dormire e le mie percezioni erano alquanto ofuscate e imprecise. Pensai ai miei coinquilini, magari qualcuno era in cucina o in bagno, ma il rumore sembrava proprio provenire da fuori. Decisi cosi’ di alzarmi e controllare di persona che cosa fosse, la curiosita’ spesso e’ la mia dispotica padrona. Con fatica raggiunsi la finestra, allargai con le dita due lastre metalliche della veneziana e scrutai l’esterno nel pieno della notte. Nulla, non si vedeva nessuno. Il rumore pero’ non cessava. Detti un ultimo sguardo al di sotto e vidi che in realta’ qualcosa c’era, per la precisione un bellissimo esemplare di volpe, piuttosto grande rispetto alla media, rossa ma ammantata dell’arancione dei lampioni stradali poco lontani, mentre stava frugando tra le latte della raccolta differenziata e in quel momento ne leccava una, con maestria e voracita’. La visione, con quelle luci e il buio della notte, era perfetta, una fotografia da incorniciare e mostrare con orgoglio. Il pensiero di agguantare la macchina fotografica mi sfioro’ piu’ di una volta, ma subito la volpe, svelta ed elegante, si diresse verso l’angolo opposto, in cerca di qualcosa di meglio, e poi se ne ando’. Mi ributtai sul letto agognando il sonno.

Stamane, dopo l’usuale routine di doccia e colazione, sono uscito di casa affaticato e stanco. Il giorno precedente ho avuto un colloquio per un MA di fotografia in un’universita’ londinese, le mie foto sono piaciute ma non so come sia andato ne’ l’esito, comunque mi sento drenato e svuotato, come avessi partecipato ad una maratona, come avessi aperto le viscere e mostrato le mie interiora ad un estraneo seppur affabile uomo di mezza eta’, il quale avesse esaminato budella per budella. L’aria e’ gelida per essere settembre, ma il cielo e’ limpido e il sole abbagliante, sembra primavera. Mi scuoto leggermente per riacquistare calore e mi accorgo che la lattina della volpe si erge ancora in mezzo al cortile, succhiata e leccata in ogni sua parte. 

Sul bus un pianoforte batte le sue note sui miei timpani e accompagna egregiamente il mio stato d’animo, come un buon vino d’annata sa fare con il suo piatto complementare. Micheal Nyman, Lezioni di Piano. Una ragazza e probabilmente sua madre si siedono di fronte a me, bellissime nel loro bianco foulard che avvolge e copre il loro capo. Guardano al di la’ del finestrino in una malinconica assonanza perfetta per la canzone che sto ascoltando in quel preciso momento. Mi ritrovo in un non-tempo del tempo, uno spazio nel quale tutto cio’ che mi circonda ha un senso e non lo ha nello stesso istante, in cui tutto e’ un momento ma e’ anche infinito, dove la perfezione e’ rivelata e tutto si incastra magneticamente come in un puzzle tridimensionale. La vita pulsa nella sua essenza, che e’ fatta di anime immortali in un gioco complicato ma estremamente affascinante e commovente. Ecco, la vita da quel punto di vista, in un attimo nel non-attimo, e’ davvero emozionante.

Non comprendo appieno la ragione dei miei sentimenti e del mio pensare in questa mattina tersa e fresca di meta’ settembre, non capisco neppure bene la ragione del mio sentirmi svuotato e stanco ma allo stesso momento calmo e sereno. Mi ripeto che andra’ come deve andare, che se non sara’ questa universita’ magari sara’ un’altra oppure un’altra strada. La fermata alla quale devo scendere arriva. Mi ritrovo nel frastuono del traffico, la musica che fatica a farsi sentire nelle mie orecchie. Mi assale una voglia di oceano, onde, salsedine, piedi imbrattati di sabbia umida. Un ultimo sguardo al cielo, alla purezza di un semplice momento, e poi chiudo la porta al mondo ed entro in ufficio.

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Innocenza, gioventù, futuro.

Non comprendo come mai avverta tanta sofferenza riguardo gli ultimi tragici eventi che hanno caratterizzato questo week-end. Non è la prima strage di innocenti avvenuta nella nostra società, ne’ purtroppo sarà l’ultima, non e’ neppure d’altro lato la prima cantante dal talento cosi’ ruggente a bruciarsi in pochi anni di folgorante carriera e in 27 di vita dannata. Eppure e’ un sentimento greve e grigio quello che mi avvolge in queste ore, tale da farmi decidere di scrivere qualche riga per trovare il modo di staccare queste pesanti sensazioni dalla mia pelle e lasciarle volare via, o ancor meglio di trasmutarle in qualcosa di costruttivo, anche se spesso lo scrivere mi porta al contrario ad incollare certi sentimenti dentro le piu’ profonde anfratte del mio animo. La mia esigenza in questo momento è quella di digerire, metabolizzare, dimenticare per capire e non scordare allo stesso momento.

Credo che la ragione per la quale io mi senta turbato cosi’ profondamente risieda nell’idea di innocenza, gioventu’, futuro, e nella violazione degli stessi. Che qualcuno possa odiare a tal punto da considerare logico uccidere dei giovani e giovanissimi perche’ dal suo punto di vista (del folle) essi incarnano un ”male” da estirpare, colpendo intenzionalmente proprio la radice, la gioventu’ appunto, incontratasi per discutere di valori, pace, accettazione, multiculturalismo, e’ veramente un atto che mi ha lasciato sgomento. Il travestirsi oltretutto subdolamente da poliziotto, da soccorritore, chiamando a se’ questi poveri innocenti, imberbi, dalle facce spaventate e imploranti, tradendoli subito dopo con le pallottole del suo fucile, beh e’ cosi’ viscido da farmi venir voglia di vomitare, mi lacera i sensi coma la visione della piu’ nefanda e abominevole di tutte le tragedie. Guardo le foto di alcune vittime, ascolto le urla e i lamenti dei video messi in rete, la mia pelle si accappona e trattengo a stento le lacrime, anzi mi accorgo di piangere come se conoscessi quei volti, come fossero miei amici, o addirittura parenti, scorgendoli nella loro ingenuita’ e purezza di ventenni ricchi nella loro speranza di cambiare questo mondo in meglio, di impegnarsi in qualche causa, di creare qualcosa di nuovo. Dall’altro lato, invece, anzi proprio sulla sponda opposta rispetto al mare che divide la Norvegia dal Regno Unito, una fragile, minuta, talentuosissima ragazza ventisettenne si ubriaca e si droga a tal punto da rimetterci la vita,  per verificare forse se al di la’ del velo la cosidetta pace garantita dai testi sacri sia vera, cosicche’ possa mettere fine alle sofferenze e alla dannata voglia di distruggersi che solo la sua voce roca, profonda ma alta, da esperta musicista jazz di colore, nonostante la sua giovane e bianca carnagione, sapeva dare corpo e trasmettere a coloro che l’ascoltavano in modo così originale. Che tristezza quando un giovane e grande talento se ne va. E’ come se nel mondo si spegnesse una candela. Certo e’ solo una piccola luce, ma ci sentiamo comunque piu’ soli.

Ecco, ora che ho sfondato il muro della retorica  arrivando forse al patetico, mi sento un poco meglio. Porto alla mente il mio sabato ozioso, lo strano desiderio di pulire casa che mi ha colto, di cucinare e guardare 4 puntate di un documentario sulla storia della fotografia fino a notte tarda. E poi le foto scattate in uno studio di domenica, con 4 modelli che sarebbero perfetti in un film fantozziano, tanta poca bellezza, capacita’ espressiva e umilta’ possedevano. Una birra con un’amica, quattro chiacchere con il mio coinquilino, un altro episodio della serie della BBC sulla fotografia come bacio della buona notte, e poi avvolto nel buio del mio letto e del mio cuscino, aspettando un nuovo giorno.

Buona notte ragazzi. Grazie per la lezione che ci avete impartito. Grazie di cuore.


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Hackney mon amour

Dopo alcuni mesi dal mio arrivo nella agognata capitale britannica, da (moderno) immigrato con il (sempre verde) fagotto di sogni, speranze e voglia di riscatto, ho capito che il mio posto in questa parte di mondo era nel quartiere di Hackney, area dell’East-End londinese, luogo fino a qualche anno fa’ malfamato, dodgy come dicono qui, di prostitute, ragazzi dal coltello facile, con un tasso di abitanti inglesi bassissimo e una poverta’ manifesta. Oggi ha mantenuto la sua multietnicita’, ma e’ stato colonizzato da artisti, designer, giovani, una tribu’ spesso definita hipsters dagli amanti delle etichette e dai pubblicitari, una concentrazione di gallerie d’arte indipendenti inverosimile, biciclette che soppiantano le auto, cafe’ e locali di tendenza, l’articolazione del nuovo e del diverso in mille forme e sperimentazioni.

E’ qui la nuova frontiera, ramificazione ed evoluzione di quello che fino a poco fa’ rappresentava Brick Lane e Shoreditch, oggi ancora “on the edge”, ma molto piu’ turistiche e prese d’assalto dai modaioli. Qui il linguaggio e’ differente, e fa un certo effetto sentir dire “West London is boring”, perche’ per noi abituati alla provincialita’ italiana, le notti di Notting Hill o di Soho sembrano tutt’altro che vuote o stantie. Ma una volta frenquentato Hackney o l’Est in generale, te ne rendi conto, capisci che si avverte un’energia differente, un’eccitazione da sbronza di idee e creativita’, un desiderio di cambiare, fare, creare, mandare a quel paese e rinnovare tutto concentrato in pochi chilometri quadrati, che rendono quest’area esplosiva. Perfino l’accento inglese e’ diverso, qui si parla il cockney, con le sue vocali piu’ aperte, morbide, rilassate e un poco sporche, spesso indecifrabili per noi stranieri, ma cosi’ e’ sempre stato, questo fa parte del fascino e della storia di una citta’ enorme e millenaria. Cio’ che e’ cambiato, invece, e’ la forza della gioventu’ e delle idee che circolano in questo luogo. I graffiti, molti dei quali di Bansky, non si contano, spesso te ne innamori di qualcuno che poco dopo scompare, soppiantato da un’altra opera. I luoghi aggreganti si reinventano e diversificano, inglobando concetti di eco-sostenibilita’, impegno civile, surrealismo e leggerezza in una medesima stanza: cafe’ con prodotti della fattoria appena fuori citta’ con negozio vintage inglobato e mostre di dipinti e fotografie alle pareti; spazi che si trasformano nell’arco della giornata, di notte si balla e ci si ubriaca, circondati da individui inverosimilmente vestiti, di giorno ci si va per dipingere e fare ritratti a modelli che si propongono spontaneamente e gratuitamente. I vicini di casa e i coinquilini spesso lavorano o sperano di lavorare nel cinema, nell’arte, suonano in qualche band improvvisata o si inventano delle professioni che difficilmente troverebbero un mercato altrove. Il vestiario e’ audace e ammirevole. I risvolti dei pantaloni si fanno sempre piu’ corti, i baffi e le barbe si moltiplicano, le ragazze sfoggiano le piu’ sorprendenti cotonature e vestiti dalle fattezze inusuali o vintage; anche i cappelli dei nostri nonni risquotono un grande consenso. La liberta’ di espressione e manifestazione conquista poco alla volta e irrimediabilmente.

E un giorno, di punto in bianco, ti guardi allo specchio e ti trovi cambiato.

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La Recherche

Stamattina sul bus che mi portava al lavoro, vero momento della giornata in cui possa oziare in pensieri in una specie di meditazione contemplativa e creativa, mi sono filtrate nella mente delle scene di sesso, e un insensato desiderio di toccarmi mi ha schiarito il volto in un sorriso. L’avrei anche  fatto, ma ero circodato da troppe persone! Cosi’ ho iniziato a passare in rassegna i progetti fotografici che nella giornata di domenica mi si sono dischiusi davanti agli occhi, mentre osservavo il mondo circostante durante la mia passeggiata pomeridiana. Tre epifanie, in questo periodo che e’ un’intera nascita ed evoluzione di idee, creativita’, intenti. Ho cercato di spiegare e spiegarmi l’energia vibratoria e calda che mi sta spronando e avvinghiando in questo momento, ma e’ difficile e quanto mai evanescente il mio sforzo di tradurla in parole e forme. Sono felice di avere dei progetti, mi regalano gioia, fervore, speranza.

Alcuni amici cari hanno letto della tristezza nei miei occhi. Non saprei. Sicuramente non mi posso definire felice in queste settimane, ma nemmeno angustiato. Forse e’ un misto di delusione, rinascita, consapevolezza, e un senso di maggiore profondita’ nell’avvertire gli accadimenti e il mondo circostante.
Mi accorgo ultimamente, o perlomeno temo, di assumere uno sguardo da folle mentre osservo i palazzi, la gente che cammina e comunica, le insegne, i negozi, tutti questi infiniti e trasbordanti colori e stimoli che invadono gli occhi e la mente di qualsiasi comune abitante di una citta’. I miei occhi si aprono ampi per inglobare un mondo troppo vasto, troppo carico di eccitazione perche’ tutto possa essere codificato, registrato, visionato, elaborato, colto nella sua essenza. A volte mi fermo nell’osservazione estatica di un oggetto o di un’espressione o di una nuvola, ma subito sento di stare perdere del tempo prezioso, tanto ancora c’e’ da vedere, tanto da essere sublimato e da cui poter trarre ispirazione. In questi giorni mi percepisco come un maniaco dell’immagine, ma forse passera’. Oppure questa mia ultima e soverchiante ossessione verra’ trasformata in qualcosa di positivamente concreto e reale. A priori non e’ possibile stabilirlo. Certo il vorticare dei pensieri crea confusione, ma forse una linea marcante si sta facendo largo ponendosi salda e pesante, spazzando incertezze, paure, dubbi e tentennamenti. Che periodo strano, seppure carico di un’eccitante vitalita’ e un intenso istinto creatore, un sangue caldo, potente, meraviglioso e a volte temibile, che circola tra i tessuti vivificandoli e fornicando con essi.

Sento che la definizione di viaggiatore, nei meandri dell’animo piu’ che dei luoghi che noi definiamo reali, possa calzare a pennello in questo momento. Sono alla ricerca e alla scoperta del mio vero Se’, un percorso che probabilmente non avra’ mai fine, che arreca scombussolamenti ed estatici attimi, ma che avverto come necessario ed unico degno di essere percorso. Puo’ essere che i miei discorsi e pensieri turbino se non addirittura infastidiscano alcune persone. Poco importa, perche’ non posso fare altrimenti. In questo momento importa solo la ricerca della mia parte piu’ vera, della mia realizzazione, della verita’. Che forse non e’ altro che la ricerca di Dio in noi.

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I’ll be your mirror

E’ strano come alcuni semplici avvenimenti stravolgano l’animo e obblighino ad un cambiamento, seppur poco percettibile all’esterno, un rinnovo di intenti o una differente scelta di percorso. Dopotutto perche’ stupirsi, la mente e’ un covo infinito di nero e blu, di ricordi terreni e ancestrali, memorie vacue e imprimenti, un pozzo misterioso che noi scrutiamo con lo stesso potere del chiaro di luna. Visione magrittiana.

E’ anche stupefacente osservare come la vita e forse l’universo tutto, come disse qualcuno, gioca con gli umani patimenti per darci dei segnali, indicare una direzione impensata, una via alla quale non si aveva pensato prima o non si aveva il coraggio di intraprendere.

Mentre osservo il mazzo di fiori vicino alla scrivania, che la mia capa solerte e gentile ha portato per donare uno squarcio di colore nel grigiore di questo ufficio, noto con fascino e simpatia un fiore dal colore diverso nel mazzo monocromatico, ergersi spavaldo e ambiguo, come a volersi distinguere e farsi notare. Quanto sento vicino quel fiore! E’ come un tatuaggio che da tempo porto dentro di me, per scelta ma ancor piu’ per natura, e che ho imparato ad amare e venerare.

Non so quale sia l’intento di questo post, ne’ perche’ continui a scrivere in questo luogo poco frequentato e letto. Credo sia la solita urgenza mediatica e creatrice, un concretizzare il pensiero in parola per una piu’ chiara visione, unita a narcisistica richiesta di ascolto e comprensione. Forse per comunicare, tutto qui. Ma chissenefrega, come direbbe qualcuno in una sola parola senza spaziature!

So solo che un’intima forza ha invaso le mie interiora, una sottile ma testarda tenacia che mi urla, mi sprona, mi dona potenza creatrice e visione d’intenti. Poso lo sguardo sul mondo esterno e capisco che cio’ che vedo ed elaboro e’ differente dalla maggior parte delle persone che mi circondano, come e’ giusto che sia. Ma ultimamente mi ritrovo spesso a viaggiare cosi’ tanto con la mia mente che mi accorgo di vivere piu’ nel sogno che nella realta’, in un mondo tutto mio di colori, sapori, pensieri, ricordi. A volte, molto spesso ultimamente, fotografo con gli occhi come avessi sul serio una macchina fotografica inchiodata alla fronte. Accarezzo la mia barba e sorrido. E mi sento tremendamente vivo, come forse non lo sono mai stato.

Ultimamente qualcuno mi ha dato dello strano, soprattutto i miei colleghi, simpaticamente certo, ma con convinzione. C’e’ un’urgenza in me che ancora poco comprendo, ma che mi spinge verso orizzonti ancora in parte ignoti. Janis Joplin, Patti Smith, Lou Reed e i Velvet Underground sono la colonna sonora di questo periodo, un po’ retro’ ma ever green dopotutto, con il loro mondo sotterraneo, di cultura alternativa nella New York fine anni sessanta inizio settanta, che poi si e’ ramificata in tutto il mondo. Li sento vicini, mi parlano direttamente al cuore, con le loro storie vere di prostitute, allucinogeni, diversi, emarginati, ma soprattutto di sentimenti universali e intimi allo stesso momento. E canto a squarciagola le loro poesie.

“You can go all around the world
Trying to find something to do with your life, baby
We only gotta do one thing well

All you ever gotta do is be a good man one time to one woman
And that will be the end of the road, babe
I know you got more tears to share, babe

So come on, come on, come on,
Cry baby, cry baby, cry baby, yeah…”

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Shalom!

Le nervature delle mie braccia, i pori della mia pelle, i miei pensieri tutti bramano di essere disciolti nel vaporeo misticismo dell’arte…

 E’ strano come in questi giorni io cerca conforto nella fotografia, nel cinema, nella scrittura, nei libri. Forse per evadere da questo momento di tristezza e delusione, forse perche’ la creativita’ vibra alla stessa maniera del mio sentire, forse per tenere impegnata la mente.

Ieri sera ho detto il mio shalom, che come mi ha insegnato il diretto interessato del mio messaggio, posto a fine frase equivale a un ”addio”, dopo l’ennesima delusione, l’ennesima sua non curanza, la totale indifferenza dal mio punto di vista verso il mio sentire. Ho camminato con la testa ubriaca di pensieri, le occhiaie cerulee, la barba incolta e piuttosto lunga, il cappuccio della mia felpa grigia a coprirmi la testa, stretto nella mia giacca di pelle nera. Qualcuno deve aver pensato fossi uno di quesi cattivi ragazzi da cui stare alla larga, o un ubriaco in cerca della sua casa. I miei occhi parlavano per me. Ho persorso a piedi diversi chilometri, da Dalston fino a Brick Lane, risalendo come un pesce un fiume in piena di giovani festeggianti il Primo Maggio, schiamazzi, urla, canzoni, musica a tutto volume, ubriachi a braccetto, ragazze poco vestite, adolescenti in coda per una discoteca, auto col claxon troppo facile che cercavano di farsi largo tra la folla. E poi Spitalfield Market, Liverpool street e molte altre strade ancora immerse nel buio. Pensieri pensieri. Ma poi perche’ tutto questo melodramma? E’ mai possibile che 3 mesi trascorsi con una persona possano creare un tale scombussolamento?

Shalom, ora basta!

Stamane l’animo e’ piu’ leggero. Qualche incubo irrompe ancora nel mio sonno, come durante gli ultimi giorni, in cui lui ne e’ il protagonista, ma passeranno pure quelli. Come dicevo, questa mattina, mentre venivo al lavoro e come al solito le mie orecchie erano invase dalla musica dell’i-pod, un senso di leggerezza, di cambiamento, di fine per un nuovo inizio, di buoni propositi e piani per i mesi a venire hanno albeggiato insieme ad un sole cristallino. Qualche assonnato soggiornava sul piano alto del bus insieme a me, qualche turista con la macchina fotografica e la cartina, la citta’ vuota e felicemente percorribile. Un caffe’ con latte, un’ultima occhiata al cielo blu e al sole, e poi giu’ nell’ufficio dell’ospedale.

Shalom!

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Confuso…o no?

Confuso. Confuso e’ stata la parola che ha messo fine alla realta’ sognata nella quale ho vissuto per qualche mese, suono espresso dal mio interlocutore a mezza bocca e arrossendo un poco, quasi vergognandosene.

Confuso e’ lo stato in cui mi trovo ora, sospeso tra due o piu’ realta’, tra il saper cosa fare e cosa volere e il suo contrario, in un limbo dominato da desideri, speranze, progetti, sentimenti, nuove vie. A giugno dovro’ trovarmi un nuovo lavoro, e non e’ facile quando non si hanno le idee chiare. Il pensiero di confinarmi in un ufficio mi deprime, ma sono anche consapevole che altri impieghi di solito sono pagati meno bene. E poi quale sarebbe il mio lavoro ideale? Lavoro! Una parola che mette tristezza solo all’idea, un obbligo che mi diventa sempre piu’ insopportabile, come tutte le costrizioni d’altra parte. Ormai concepisco la vita come un viaggio, una serie di esperienze uniche e irripetibili che riempiono il nostro bagaglio, per farci evolvere nel continuo ciclo di vita e morte. Ogni fatto o accadimento e’ esperienza. Lo spendere un’intera vita dietro una grigia scrivania e’ esperienza. Incontrare popoli e culture diverse, conoscere persone fuori dal comune, innamorarsi di un tramonto in uno sconfinato Paese al di la’ del globo e’ esperienza. Siccome io preferisco la seconda alla prima, devo escogitare il modo di tramutare il desiderio in realta’. Forse la risposta e’ lavorare saltuariamente, mettere da parte dei soldi e viaggiare per il resto del tempo in modo economico. Ma puo’ ridursi la nostra esistenza al viaggiare? La vita, come espresso prima, e’ un viaggio, ma puo’ il viaggio stesso essere lo scopo della vita? Come dicevo, sono confuso.

Ecco quindi che con mente libera e serena compio un piccolo spostamento di un’ora circa su un treno, il quale mi porta da Londra a Brighton in un mattino soleggiato diverso da tutti gli altri perche’ e’ Pasqua. La macchina fotografica e’ saldamente tra le mie mani, mentre passeggio sorridendo tra le vie di questa citta’ sul mare, prima mia esperienza sul suolo inglese all’eta’ di 16 anni e quindi a me particolarmente cara. D’improvviso, proprio mentre o proprio perche’ la mia mente era vuota da qualsiasi pensiero o preoccupazione, noto un amico attraversare una strada. Lo chiamo, ci salutiamo entrambi felicemente sorpresi di incontrarci in modo cosi’ casuale e inusuale. Non riusciamo mai a vederci a Londra per i rispettivi impegni, e siamo riusciti a ritrovarci proprio qui! Ci diamo appuntamento in spiaggia per il pomeriggio, intendo prima esplorare la citta’. Mi infilo tra le lanes, stradine strette tipiche dei paesi marittimi, ricche di negozi e cafe’. Mi siedo in un ristorante vegetariano, ordino un pasto salutare e leggero, mentre mi lascio avvolgere e ineluttabilmente catturare dalle parole di Patti Smith nel suo ultimo libro “Just Kids”. Poi raggiungo il mio amico in spiaggia, ci godiamo un caldo pomeriggio di sole abbagliante e cielo limpido, come di rado a queste latitudini. Il mare e’ gelido e calmo, la brezza benvenuta e ristoratrice. Invio un sms ad un nostro amico comune. Sorpresa delle sorprese, e’ anch’egli a Brighton. Ci ritroviamo verso le 5 in centro, beviamo una birra, mi invita a rimanere li’ fino al giorno dopo e a dormire a casa di un suo caro amico sudafricano. Accetto! Seguire il flusso, senza farsi troppe domande o porsi limiti, ecco il mio nuovo scopo. Trascorriamo un bellissimo week-end insieme, mentre sempre di piu’ una convinzione comincia a farsi largo tra i miei pensieri.

Vivere e’ fluire. Le cose migliori che sono accadute nella mia esistenza, quelle che mi hanno regalato una gioia pura ed intensa, o che sono venute in aiuto in modo inaspettato e originale, si sono realizzate in un momento in cui la mia mente era leggera, serena, apparentemente vuota, intenta all’osservazione estatica del momento, del luogo, della bellezza in ogni oggetto e creatura. Mi serviva la parola ristoratrice di un amico, ne ho trovati due. Avevo bisogno di svagarmi, mi hanno offerto una bella casa con vista mare e due giorni di relax.

Che sia questo il sacro mistero del vivere?

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Tra i comignoli

E’ strano come, fino a qualche tempo fa’, il mio ritrovarmi a scrivere qui coincidesse con l’essere triste o malinconico, e come ora invece sia esattamente il contrario, solo quando provo una felicita’ che come un serpente accarezza le pareti interne del mio corpo, sia ispirato a convenire qui i miei pensieri. Ma cosi’ e’.

E cosi’ e’ pure la stranezza di ritrovarsi in una mattina sventrata da un sole cosi’ brillante e vivo, che impedisce ogni sorta di sentimento cupo, dopo giorni in cui l’animo e’ stato bastonato da un sentimento di vuoto e pesantezza, da paure arcaiche che sono riuscite a trovare un varco nel sottile equilibrio che ogni giorno viene ricercato dalla mente umana. Sembra quasi che il tempo atmosferico segua o meglio condizioni pesantemente il mio umore. O forse e’ anche che, dopo giorni di strani sentimenti, problemi comunicativi e comportamenti alterni, la telefonata di ieri con il mio amante amico ha riportato il ciel sereno all’interno del mio cuore.

Ma poi perche’ mai dover trovare una ragione a tutti i costi, invece che godersi il momento, l’attimo di felicita’ in un giorno di lavoro che sara’ lungo e noioso? Cosi’ questa mattina ho camminato come un pesce catapultato d’improvviso dal proprio quotidiano acquario in una colorata baia caraibica, assaporando il sole tiepido delle 8 del mattino sul viso, l’aria frizzante ed energizzante accarezzare i miei vestiti, il risveglio degli abitanti nelle infinite case a schiera. Ho comprato un croissant nell’unica panetteria stile Italia o Francia che ho trovato nella mia zona, un cappuccino nel baracchino accanto alla stazione, cantato una canzone che ha aperto un sorriso tra le mie labbra ancora assonnate.

Ma soprattutto mi sono perso con la mente tra i bellissimi comignoli londinesi, alti, imponenti, o semplici e discreti, ma sempre arroccati su mattoni creme o rossastri, stagliati su di un cielo blu o solcato da qualche leggera nube passeggera. La mia relazione d’amore con questa citta’ sembra non avere mai fine, si rinnova continuamente, di giorno in giorno, arricchendosi di qualche tassello. Ma non voglio trattare della mia passione per Londra, l’ho gia’ abbondanemente dichiarata. Nella mia breve estasi mattutina, rifletto invece su di un articolo letto il giorno precedente, riguardo una scrittrice londinese diventata famosa per aver pubblicato un libro su una piccola zona di questa citta’, Kentish Town. Bizzarro che una piccola parte di una metropoli possa essere d’interesse per una massa di persone. Ad ogni modo, quello che l’autrice sosteneva, nella sua intervista, era l’importanza del luogo, di come cio’ che ci circonda influenzi cosi’ grandemente il nostro animo e la nostra vita. Cosi’ stamane, tra il girovagare della mia mente tra i comignoli, il cielo blu, le persone che mi sembrano tutte belle e che amo pazzamente in questo momento di tenera follia, mi sono chiesto: come sarebbe la mia vita ora se non avessi preso la decisione di mollare tutto e trasferirmi qui? O come sarebbe se avessi scelto un’altra citta’? Sicuramente sarebbe stata differente, ma le speculazioni servono a poco.

L’importante invece e’ sognare, vagare alto con la mente, sperare e cercare di realizzare il tutto con le forze di cui disponiamo. Perche’ ogni cosa e’ possibile. Tutto e’ una dolce melodia tra il cuore, la mente e lo sconfinato cielo blu. Basta cantarla, ogni giorno, con grande dedizione e amore.

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La vita

Quanto tempo è passato da quando ho scritto su questo blog. Quanto tempo è passato da quando ho scritto in generale! Mesi. Giorni intensi e vitali, in cui tutto è sembrato avvenire in modo concentrato e pressante, per avere il tempo di dileguare i pensieri in tanti carattteri neri che abbiano un senso. Ma poi l’esigenza, che è un serpente ammaliante e tentatore, di esprimere il mio mondo interiore, quasi per fissare la realtà su carta, o tramutare edonisticamente i pensieri in belle frasi perchè non volino per sempre via, mi costringe a mettere mano alla tastiera, in un pressare che mi dona un piacere quasi orgasmico e riempitivo. Così mi ritrovo di nuovo tra le pagine di questo luogo virtuale e poco frequentato, a tramutare i miei sentimenti in segni e frasi concrete. Lo scenario intorno a me d’altro canto è mutato, le pareti che mi circondano sono di una piccola stanza nel cuore di Hackney, quartiere est di Londra, ricco di giovani, artisti, designer, gente di colore, turchi e famiglie alternative.  Ho un lavoro temporaneo negli uffici di una grande clinica privata in Harley Street, ho concluso la mia esperienza con un sito web e credo di non ripetere l’esperimento, mi sto innamorando di un israeliano della mia età e che vive a quindici minuti a piedi da casa mia, che per Londra è un miracolo. Ho appena frequentato un breve corso di montaggio e sto pensando di tornare a lavorare nella produzione video. Ma soprattutto ho preso la decisione di essere felice.

E’ impressionante come, mentre il mondo esterno è martoriato da terremoti, rivolte, uccisioni, sangue e barbarie, io viva una realtà bozzolo che include solamente la contemplazione del bello, del sogno, del palpitare luminoso della vita in ogni circostanza e dimensione. Nulla mi scalfisce in questo periodo, e l’eco di dolore che arriva attraverso i giornali e la tv o internet, è un suono spiacevole ma distante. Non perchè non mi preoccupi della situazione mondiale o degli altri essere umani, al contrario, è proprio perchè me ne preoccupo che cerco di mantenere un equilibrio interiore e un distacco che solo una determinata consapevolezza e sicurezza mi permettono di ottenere. E perciò la mia vita in questo presente è imbastita di contemplazioni mattutine delle gemme che stanno tempestando lentamente tutti gli alberi per l’arrivo della primavera, di canzoni sussurrate sul bus che mi porta al lavoro, mentre l’i-pod suona a tutto volume e riempe la mia testa ancora assonnata, e indirizza gli occhi verso il risvegliarsi e l’agire di Londra al di là del vetro appannato. E’ fatta di speranze e sogni nuovi, forse un tempo neppure concepiti o concepibili, nel perenne cambiamento che l’età e l’esperienza comporta nella psiche umana.

Ma soprattutto è l’odore e il sapore di terre lontane e tabacco e malva e vita che un giovane israeliano ha portato inaspettatamente alle mie affamate narici, canto di un mondo antico e carico di valori che come un caldo vento orientale mi ha abbracciato e coperto di salsedine. Ogni giorno, sempre di più, mi ritrovo ad immaginare quell’odore, quel sapore, il suo sapore, che spesso negli ultimi tempi ho annusato, leccato, baciato, abbracciato, inglobato. Nonostante questa volta abbia cercato e stia cercando di non accelerare i tempi, di procedere cauto, senza troppi slanci o voli pindarici, che troppo spesso mi hanno gettato al suolo deluso e affranto, il suo richiamo è deciso e determinato, il suo corpo un’oasi nel vorticoso ondeggiare della vita metropolitana.

Un giorno, di punto in bianco, ho deciso di essere felice, comunque vada, e così è stato. E felice e assorto nel bozzolo ovattato e pieno della mia attuale vita, consapevole che tutto ha un significato e una ragione d’essere, che la mente e il cuore sono i realizzatori di ciò che ci circonda e sperimentiamo, varco la soglia della casa del mio giovane amante e amico, fisicamente o anche solo col pensiero, mi siedo accanto a lui sul ciglio del letto, avvicino il mio viso al suo collo, tra il sorriso contagioso delle sue labbra e i suoi occhi scuri e antichi, per annusare di nuovo il suo sapore, la gioia di un tempo che fu e che sempre sarà. La vita.

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